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Polo sud: gli scrittori vittoriani che arrivarono in Antartide

Le terre polari hanno sempre affascinato l’uomo. Nel corso dei secoli abbiamo imparato a conoscerle, tanto che alcune delle rotte delle grandi spedizioni dell’Ottocento oggi sono solcate da itinerari per lo più turistici. Non ci stupisce che nell’epoca vittoriana l’interesse verso queste terre lontane si sia intensificato al punto da renderle protagoniste di romanzi, racconti, pièce teatrali e diari di viaggio. Dickens, per esempio, era proprio uno degli scrittori più attratti dalle zone polari, non a caso la sua tragedia teatrale più famosa, scritta a quattro mani con Wilkie Collins, si chiama proprio The frozen deep, spesso tradotta con L’abisso di ghiaccio.

Eppure, in qualche modo, molti dei più grandi scrittori vittoriani arrivarono non solo al polo nord, quello a loro geograficamente più vicino, ma anche al polo sud. Oggi quando pensiamo a quale potesse essere il lettore tipo dei grandi romanzi ottocenteschi o dei tantissimi giornali periodici allora in circolazione (pensiamo al Punch, all’Illustrated London News o Household Words) ci figuriamo qualche gran signore nel salotto della sua bella residenza della City o in un club, eppure molto spesso queste pubblicazioni rappresentavano il compagno più fedele degli esploratori di Artide e Antartide

Era tipico che al momento della partenza gli ufficiali o in generale gli uomini della Royal Navy scegliessero di portare con sé durante le loro avventure polari pile di giornali e libri, per rendere meno tedioso l’interminabile viaggio. Immaginate: oggi le comunicazioni satellitari permettono di mantenere un contatto con la civiltà, seppur minimo, persino nei luoghi più remoti del pianeta. Al tempo invece, partire per una spedizione significava il più delle volte perdere ogni possibile contatto col resto del mondo per settimane se non mesi. Giornali e romanzi rappresentavano per le compagnie una voce che sapeva di casa, che riportava la mente alla routine dell’Inghilterra d’ogni giorno. Alcune testimonianze ci raccontano che intrappolati quasi in una dimensione parallela, per settimane al freddo e immersi nella lunga notte polare, gli esploratori leggevano e rileggevano compulsivamente gli stessi giornali e ovviamente anche i romanzi pubblicati a puntate tra quelle pagine. Addirittura alcuni scrivevano il loro giornale, e i più scaltri ne facevano un business, finanziando spedizioni future con i proventi delle vendite una volta tornati in patria.

Chi rimaneva a casa nel frattempo era curioso di scoprire le gesta dei grandi avventurieri ai poli, quindi di frequente i giornali dedicavano articoli a spedizioni e imprese artiche e antartiche. Ad accrescere l’interesse verso il tema fu senz’altro Mary Shelley che nel suo Frankenstein, pubblicato nel 1818, raccontò di Richard Walpole e del suo viaggio alla scoperta del polo nord. L’interesse si mantenne alto sostanzialmente fino all’inizio della Guerra di Crimea, per poi ripresentarsi e raggiungere il picco dopo la notizia del fallimento della spedizione di Sir John Franklin del 1845, la stessa che ispirò L’abisso di ghiaccio di Dickens e Collins.

Proprio Franklin, prima della partenza, aveva attrezzato le sue navi con una biblioteca di un totale di ben 3.000 volumi, e che probabilmente come quella della spedizione in Antartide a bordo del Belgica dal 1897 al 1899, vantava libri di ogni genere. Il chirurgo Frederick Cook ci racconta:

Oltre alla letteratura più seria, abbiamo altri libri e giornali di carattere più leggero. Ma questi fluttuano dal laboratorio alla cabina, e ancora fino al castello di prua, sempre tra le mani di coloro che hanno bisogno d’una levata di spirito. Settimanali con illustrazioni straordinarie, come mezzi toni di donne bellissime, mentre scene di teatro o d’opera sono tenute da parte e servite dopo cena, come una sorta d’intrattenimento.

La spedizione Antartica più epica nella storia della Gran Bretagna rimane comunque quella conclusasi nel 1912 con la morte dell’esploratore Robert Falcon Scott, il Dott. Edward Wilson e altri tre uomini (in alto nella foto appartenente alla collezione della Library of Congress, Washington, D.C.). La mostra Global Dickens allestita al Museo di Dickens a Londra fino a ottobre 2019, ha permesso al pubblico di ammirare la leggendaria copia di David Copperfield che per 60 lunghe notti ha tenuto compagnia a un gruppo della compagnia di Scott. Il geologo Raymond E. Priestley, parte del gruppo, raccontò di come fossero “immensamente tristi di separarsi” da David quando la storia giunse all’epilogo. Pare che il loro medico prescrivesse la lettura di qualche capitolo del libro ogni qualvolta si sentissero presi dallo sconforto. Del totale della compagnia, un gruppo, insieme a Scott, riuscì a raggiungere il polo sud, ma non fu in grado di tornare al campo base. Un altro invece si rifugiò in una caverna, riuscendo a sopravvivere, ma senza mai raggiungere il polo sud. I sopravvissuti portarono il libro in Nuova Zelanda con loro, e lì esso rimase fino a che non fu affidato alle cure del Dickens Museum. Secondo il team del museo londinese, anche l’immensa scorta di Franklin comprendeva titoli dickensiani, cioè Nicholas Nickleby e Il circolo Pickwick.

Photo credit: Laura Bartoli

A più riprese nel corso della storia Dickens raggiunse il polo sud per mezzo dei grandi esploratori, così come numerosi altri suoi colleghi. Sebbene non ci siano pervenute liste complete di tutti i libri che dilettarono gli eroi delle grandi missioni, sappiamo che ai poli arrivarono senz’altro anche Thackeray, Coleridge, Dumas, Omero e Lewis Carroll. Un esempio meraviglioso di come la letteratura non conosca confini di spazio e di tempo.

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Laura Bartoli

Da anni studio, colleziono e traduco Charles Dickens. Sono una digital strategist appassionata di libri antichi e viaggio alla ricerca dei luoghi dove il tempo si è fermato all’età vittoriana. Questo blog è lo spazio virtuale in cui racconto le mie avventure a cavallo tra passato e futuro. Clicca qui per conoscermi meglio!

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