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Viaggio nel mondo segreto dei club di Londra – PARTE 3

Benvenuti in questo terzo appuntamento dedicato ai club vittoriani. Nei primi due appuntamenti dedicati a questo universo più o meno segreto, abbiamo parlato dei gentlemen’s club, i club per soli gentiluomini, ed è giunto il momento di scoprire quale fu la reazione delle donne di fronte alla nascita di questo fenomeno.

Ecco come recuperare i due precedenti video sull’argomento:

PARTE 1: L’origine dei club vittoriani a Londra

PARTE 2: Che cosa si faceva all’interno dei club vittoriani

I club di donne nella Londra vittoriana

Per la maggior parte dell’Ottocento le donne furono ritenute completamente inadatte ai Club. La motivazione che generalmente veniva offerta era che le donne non fossero naturalmente inclini ad essere socievoli. Mancavano di quel savoir faire che rappresentava una delle caratteristiche principali degli uomini. Si diceva che non avessero alcuno spirito di squadra e fossero altamente competitive. Pertanto, la società tutta era perfettamente convinta che ogni tentativo di creare gruppi di donne si sarebbe senz’altro rivelato fallimentare. 

Anche gli stessi abiti femminili erano ritenuti inadatti allo scambio relazionale poiché troppo sfarzosi e differenti tra loro. L’abito dell’uomo era in un certo senso più democratico, e conferiva al genere maschile una sorta di diritto di nascita alla partecipazione ai club.

Si dice che uno dei primi club a considerare l’opzione di ammettere le donne si ritrovò a valutare una simile possibilità poiché a corto di fondi, ma il piano fu stroncato durante un’assemblea, quando uno dei soci implorò: “Andiamo signori, offriamo una ghinea in più ogni anno. Non vale forse la pena se ci dà la possibilità di tener fuori le signore?” 

La verità era che gli uomini temevano che le loro mogli si sarebbero allontanate dagli obblighi della casa, una volta riscoperto il fascino di una vita da single. Inoltre, li spaventava anche solo l’idea che le donne potessero fumare, appassionarsi al gioco d’azzardo, al biliardo: di base, volevano assicurarsi che nel loro mondo di passatempi maschili non vi fossero intrusi, in nessun caso. Per non parlare poi di qualche tresca che avrebbe potuto creare non poche complicazioni.

In generale si temeva l’emancipazione della donna. Per molti vittoriani, una donna che partecipava un club era un segno della fine del matrimonio e della famiglia, una vera e propria rivoluzione. Inizialmente il primo passo verso l’inserimento delle donne fu quello di dedicare loro un angolo, una scalinata, o una stanza. Con gli anni, alcuni club si spinsero sino a garantire delle membership più ridotte alle mogli o alle figlie degli iscritti, ma senza che queste avessero alcun diritto di voto. Durante alcune delle cerimonie pubbliche più importanti del secolo, per esempio la processione del funerale del Duca di Wellington o quella dell’incoronazione della Regina Vittoria, anche i club più rigorosi permisero l’accesso alle donne, ovviamente accompagnate, perché dalle stanze del club si godeva di una vista perfetta.

Un evento che rappresentò un vero e proprio spartiacque fu l’operazione segreta di Flora Tristan, una femminista francese che con l’aiuto di un diplomatico turco si travestì da uomo e si intrufolò nelle camere del Parlamento e nella camera dei Comuni. Non ci stupirà sapere che Flora trovò che molti dei rinomati gentiluomini che popolavano quei luoghi, non solo si trastullavano al posto di lavorare, ma alcuni erano addirittura addormentati. Sorprese persino il Duca di Wellington che se ne stava con le gambe all’aria e i piedi poggiati su una panchina. Nel 1850 l’episodio fu ripreso da diversi giornali e in una Farsa scritta da Mark Lemon, direttore del Punch, intitolata The ladies’ club, il club delle signore. La Farsa si concludeva con la creazione di un club di donne. 

Questo perchè comunque si convenne che fosse impossibile far partecipare le donne ai club nati per intrattenere solamente uomini, così iniziarono lentamente a sorgere club di sole donne. Vi erano alcune differenze sostanziali tra i club per donne e quelli per uomini. Innanzitutto, fu esplicitamente impedito l’accesso ai bambini. Questo perché uno degli scopi era quello di garantire la libertà e la privacy a ogni iscritta: all’interno della propria casa una donna non poteva permettersi di tenere segreta la propria corrispondenza, non poteva vedere nessuno senza che il resto della famiglia lo sapesse, per questo nel club ella trovava uno spazio che le assicurava la massima riservatezza.

Molti dei club femminili nacquero con l’idea di appoggiare le donne durante le loro uscite di shopping. Per loro era molto più difficile viaggiare da sole, quindi molti club si organizzarono per offrire anche delle stanze in cui pernottare, alcuni magari solo due o tre, altri addirittura quasi 100. Uno dei primi club che nacquero con questo intento si chiamava proprio il Tea and Shopping Club.

E proprio come qualche decennio prima l’area tra St. James’s Street e Pall Mall si era trasformata nell’universo dei club, lentamente sorse una zona che rappresentava l’universo segreto delle donne, una vera e propria Pall Mall al femminile, per lo più tra Dover Street e Albemarle Street, Piccadilly e Berkeley Square. 

A dispetto dei club di uomini che generalmente restavano aperti fino alle 2 del mattino, i club per donne chiudevano a mezzanotte ed erano anche più economici, l’iscrizione andava generalmente da una a 3 ghinee l’anno, rispetto alle 5 circa dei club maschili. 

Uno dei club più rivoluzionari fu il Pioneer che nel 1899 vantava ben 600 iscritte e accoglieva donne di tutte le estrazioni sociali. Proprio come simbolo del carattere rivoluzionario del club, tutte le associate indossavano delle piccole spille con un’ascia d’argento e si riferivano l’una all’altra usando numeri, anziché nomi, proprio per lasciarsi alle spalle ogni possibile distinzione di rango. E il Pioneer non era l’unico club “di rottura”: l’Empress Club a fine secolo vantava 90 stanze, un telefono e un nastro di telescrivente con l’andamento del mercato azionario.

Il numero di club dedicati alle donne andò a mano a mano aumentando, ne sbucarono di tematiche completamente differenti tra loro, ma di base, come quelli per uomini, potevano essere raggruppati in quattro categorie: sport e passatempi, cultura, attivismo e quelli dedicati a professioni specifiche. Un esempio particolarmente significativo era la Debating Society del Lyceum che portava avanti un progetto di formazione di public speaking per sole donne, proprio per contrastare la convinzione popolare che le donne non fossero capaci di parlare in pubblico. 

Insomma, nel giro di settant’anni le donne si organizzarono e decisero di ritagliarsi il loro spazio, sebbene, come sempre, con una certa difficoltà. Pensate che alla fine del secolo, la rivista Punch pubblicò una vignetta che raffigurava una donna che, dalla finestra di un club, osservava gli uomini in attesa in strada, una rivoluzione totale rispetto alla vignetta che abbiamo visto nel primo video di questa serie. Insomma, un’immagine (guardate il video in alto per scoprirla) che riassume una storia di coraggio e intraprendenza.

Ora che siamo arrivati alla fine di questo viaggio nei club vittoriani, vi saluto, vi invito come sempre a lasciarmi i vostri commenti su Facebook, Instagram o YouTube e a iscrivervi alla mia newsletter tramite il modulo a lato. A risentirci al prossimo video!

FONTI

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Sei sul blog di Laura Bartoli

Da anni studio, colleziono e traduco Charles Dickens. Sono una digital strategist appassionata di libri antichi e viaggio alla ricerca dei luoghi dove il tempo si è fermato all’età vittoriana. Questo blog è lo spazio virtuale in cui racconto le mie avventure a cavallo tra passato e presente. Clicca qui per conoscermi meglio!

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