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La veste nera di Wilkie Collins, il significato misterioso del titolo del romanzo

La veste nera di Wilkie Collins è oggi annoverato fra i più grandi romanzi dello scrittore vittoriano eppure non è per tutti. Lo dico subito: mi sono sforzata di apprezzarlo, senza minimamente riuscirci. Personalmente l’ho trovato davvero poco credibile, con una trama dalle grandi potenzialità ma racchiusa in una cornice che a più riprese non convince, con colpi di scena liquidati troppo spesso con una struttura narrativa che rappresenta poco più che lo spettro di un vero romanzo sensazionale, di cui lo stesso Collins è considerato il precursore (se volete approfondire questo aspetto, vi consiglio il video 6 curiosità su La donna in bianco). 

Tuttavia, la trama si presta a molteplici riflessioni che ci portano soprattutto a chiederci quale possa essere l’interpretazione più corretta del titolo, in inglese The black robe, che di fatti ricorre soltanto in un passaggio del romanzo. Il protagonista del racconto è l’inglese Lewis Romayne, che ha tutte le carte in regola per essere un giovane di grande successo: è bello, giovane, affascinante e ricco. Un giorno, quasi per sbaglio, uccide un uomo durante un duello e la vicenda lo perseguiterà per tutta la vita. Approfittandosi di questa sua debolezza, il Padre Gesuita Benwell lo convince ad allontanarsi dalla moglie e a convertirsi, nella speranza che il giovane possa lasciare la sua sfarzosa residenza in eredità alla Chiesa Cattolica. 

L’unico riferimento al titolo lo troviamo precisamente nel capitolo IV, Sulla strada per Roma, quando Romayne si trova alle battute finali che precedono la conversione e ribatte a Padre Benwell: “Ha forse abbandonato la sua umanità quando ha indossato la veste nera del prete?”.

Ma perchè Collins ha scelto di chiamare il romanzo La veste nera?

Non si tratta di una scelta meramente stilistica, ma di un’espressione che trova le sue radici nella tradizione coloniale. Facendo qualche ricerca ho scovato una pubblicazione accademica scritta nel 1968 da Thomas E. Jesset che offre una panoramica completa dell’origine di questa espressione, e ho pensato di offrirvene una versione “condensata” in questo articolo. 

Sin dai primi capitoli del racconto, al lettore appare evidente l’associazione con il mondo ecclesiastico, inteso nella sua accezione più generica. Per gli americani tuttavia, specialmente per quelli cattolici, il termine “veste nera” richiama alla mente i preti gesuiti che operavano tra gli indiani dell’ovest, particolarmente nella zona della Rocky Mountains. La verità è che in origine il termine non stava ad indicare con precisione un prete cattolico o gesuita: fu coniato dagli Indiani dell’Oregon quando ancora i nativi non avevano maturato sufficiente consapevolezza delle differenze specifiche tra i vari ordini. Pertanto il termine si riferiva semplicemente a un qualsiasi ministro della Chiesa Cattolica. Va precisato che al suo arrivo, l’uomo bianco aveva spazzato via la religione nativa con la sua “superiore civilizzazione” e gli indiani erano ansiosi di apprendere la religione dei coloni, poiché riconoscevano in essa un’importante fonte di potere.

Il primo a utilizzare l’espressione fu il Reverendo John West, inviato in Canada nel 1821 dalla Church Missionary Society della Chiesa d’Inghilterra, il quale appuntò nel proprio diario che il padre di uno dei suoi discepoli indiani aveva riservato un cavallo “per la Veste Nera, appellativo con cui mi distinguono dai Preti Cattolico Romani, che definiscono Vesti Lunghe”. West tornò in Inghilterra nel 1823 e nel corso del decennio successivo furono svariati i giovani indiani che trascorsero anni di studio in Inghilterra per poi tornare nella loro terra natia e diffondere tra i loro compatrioti quel che avevano appreso, eppure l’accezione relativamente generica del termine rimase invariata per diversi anni. Viaggiando nel tempo e nello spazio assunse declinazioni talvolta differenti, robe-noir la chiamavano i francesi, mentre altri preferivano blackgown

Si dovette attendere il 1847 quando, proprio nel cuore dello stato dell’Oregon, in seguito al grande successo dell’operazione dei Preti Cattolici mirata alla conversione dei nativi, la predominanza di Gesuiti nella zona rese il termine Veste Nera a tutti gli effetti il sinonimo di Prete Gesuita.

Come mai Collins scelse di mettere un Prete Gesuita al centro del suo racconto?

Ricordiamo innanzitutto che il romanzo fu pubblicato nel 1881. Proprio l’anno precedente, a Liverpool si era verificato un evento che aveva portato sotto gli occhi di tutti l’odio che la Chiesa Cattolico Romana nutriva per l’ordine Gesuita: un prete, durante una funzione svoltasi nella chiesa di St Francis Xavier, proclamò solennemente per ben tre volte consecutive: “All’inferno i Gesuiti!”, per concludere poi con un “questa è la preghiera di oggi”, quasi in un sussurro. Sebbene il contenuto della protesta del prete non rappresentasse una sorpresa per gli ascoltatori, l’episodio non fece altro che portare in superficie un sentimento collettivo covato da decenni nell’Inghilterra vittoriana. Improvvisamente si fece più evidente la tendenza popolare a impiegare la figura del Prete Gesuita nelle opere di narrativa come l’infido infiltrato tra le mura domestiche, il villain di ogni storia che, per contrapposizione, contribuiva a innalzare il modello Britannico di condotta sociale

Ne La veste nera di Collins, Padre Benwell diventa il perfetto catalizzatore della critica verso un atteggiamento venale e individualista, e poco si discosta dal cliché del Prete Gesuita così spesso presente all’interno del panorama della letteratura del tempo. 

Insomma, oggi non c’è dato sapere se Collins fosse a tutti gli effetti consapevole dell’origine “coloniale” dell’espressione che scelse come titolo del suo nuovo romanzo, quel che rimane per certo è che per tutti i lettori del tempo, che lessero la storia pubblicata a puntate tra il 1880 e il 1881, si trattava di un termine che portava con sé un’accezione dalle radici profonde e legata a doppio filo alle credenze popolari del tempo. Perché come tutti i romanzi, non può che esser figlio del suo tempo.

FONTI:

  • Sensational Invasions: The Jesuit, the State and the Family CharlesKingsley’s Westward Ho! and Wilkie Collins’s The Black Robe parte di Catholic Sensationalism and Victorian Literature di Maureen Moran
  • Origin of the term “Black Robe” di Thomas E. Jessett

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Laura Bartoli

Da anni studio, colleziono e traduco Charles Dickens. Sono una digital strategist appassionata di libri antichi e viaggio alla ricerca dei luoghi dove il tempo si è fermato all’età vittoriana. Questo blog è lo spazio virtuale in cui racconto le mie avventure a cavallo tra passato e futuro. Clicca qui per conoscermi meglio!

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