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Viaggio nel mondo segreto dei club di Londra – PARTE 1

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Recentemente, in un video come pure in un articolo del blog, vi ho parlato del prestigioso Garrick Club. Vista la curiosità che molti di voi hanno mostrato per quest’universo misterioso dei club vittoriani, ho pensato di approfondire l’argomento dedicandogli una serie di tre video. Nel corso di questi 3 appuntamenti, parleremo dei gentlemen’s club, dei club per soli uomini, ma anche dei club per sole donne.  

Che cos’erano i club?

In un certo senso li si potrebbe considerare degli antenati del nostro concetto di “community”, perché un club era difatti un gruppo di persone che si riunivano in modo strutturato perché si identificavano in uno scopo o in un ideale comune

A differenza però del concetto quasi astratto che abbiamo oggi di “community”, che può essere anche un luogo virtuale, un club si identificava prima di tutto in un luogo fisico, la sede del club, che essendo più o meno sfarzosa diventava l’espressione materiale del prestigio del club.

Il principio chiave di questi luoghi era l’accettazione sociale. Erano basati su dei legami più o meno forti tra i membri, pertanto operavano su livelli differenti di segretezza: più era forte il legame tra gli associati, tanto più indispensabile diventava il concetto di privacy.

Ma da dove arriva questa moda dei club?

Per trovare le radici di questa tradizione dobbiamo andare parecchio indietro nel tempo, si parte dal mondo classico, dalle confraternite medievali, dalla massoneria, fino ad arrivare, in tempi più recenti quindi attorno al XVIII secolo, alle coffee houses

Due fra i primi dei più famosi club di Londra derivano direttamente da questa tradizione, il Club di White fu fondato inizialmente nel 1693 come chocolate house, quindi un luogo dedicato al culto del cioccolato, mentre quello di Boodles nacque nel 1762 come costola di una taverna, celebre per il gioco d’azzardo.

Nonostante questa tradizione antica, l’età dell’oro dei club fu proprio quella vittoriana, e il motore principale di questo boom fu certamente l’espansione delle classe media che fece seguito alla rivoluzione industriale. 

Da un lato i club erano il frutto società cangiante, dall’altro rappresentavano la forza che facilitò il cambiamento. Anche il concetto stesso di club portava con sé uno slancio verso un’ambizione, un qualcosa di più grande, un progresso, perché a dispetto della missione specifica di ciascun club, ognuno di questi era mosso dall’istinto più profondo dell’uomo di creare relazioni.

C’era però anche un’altra ragione che portò gli uomini a fondare i club che ha ben poco a che fare con l’ambizione e lo slancio verso il futuro: si tratta del desiderio degli uomini di crearsi uno spazio che non fosse dominato dalla figura della donna, come invece era la propria casa. Generalmente all’interno della propria dimora un uomo disponeva soltanto di una stanza che fosse esclusivamente a lui riservata, e ciò molto non gli bastava. Per questo aveva bisogno di luoghi in cui potersi creare un proprio spazio, o per lo meno uno spazio dominato esclusivamente da uomini

Il fatto che Londra fosse gremita di club per soli uomini la rendeva una città profondamente virile, e gli inglesi tenevano molto a quest’aspetto, specialmente poiché confrontavano la loro tradizione con quella parigina dei café francesi, che invece erano una realtà dominata principalmente dalle donne.  

Va ricordato che durante la seconda metà del secolo, sempre più donne lavoravano, sempre più leggi conferivano potere alle donne, specialmente per quel che concerne il diritto di proprietà e il divorzio e questi primi bagliori di emancipazione iniziarono a incutere terrore negli uomini. Era come se i gentiluomini, avessero paura di estinguersi. L’universo dei club li faceva sentire al sicuro.

Alla fine dell’età vittoriana a Londra si contavano all’incirca 200 club di gentiluomini, molti dei quali fondati durante gli ultimi 30 anni dell’Ottocento e nel 1850 chi si voleva iscrivere poteva attendere fino a 18 o 20 anni in lista d’attesa

Eppure, l’ammissione ai club stava diventando un privilegio sempre più accessibile, basti pensare che all’inizio del XIX secolo solo 1200 uomini vantavano almeno un’iscrizione, mentre all’inizio del Novecento questa cifra arrivò a toccare i 200.000.

Con gli anni si creò una vera e propria “clubland”, la “terra dei club”: Oscar Wilde disse che un gentiluomo non si spingeva mai più più a est di Temple Bar, infatti l’area di Londra che pullulava di questi luoghi era localizzabile attorno a St. James Street e Pall Mall, che proprio grazie alla comparsa di questi club si trasformò a tutti gli effetti in una via (che esiste tutt’ora) e che prese il nome un noto gioco all’aperto chiamato “pallamaglio” già diffuso nel medioevo sia in Italia che in Francia, molto simile al croquet. Ma questo non deve indurci a pensare che la maggior parte dei club fosse quindi dedicata allo sport.

C’erano club per tutti i gusti, raggruppabili in 6 macro-tematiche: i club letterari, come l’Athenaeum o il Garrick; quelli dedicati al gioco d’azzardo, come quelli di White e Boodles che vi ho citato poco fa; quelli politici, di cui un esempio era il Reform Club, il club della Riforma, così chiamato perché associato in origine ai sostenitori della Reform Bill, tanto che aveva un fratello gemello cioè il Carlton Club, fondato nel 1832 per i conservatori (pensate che il Carlton non ammise donne fino al 2008, con l’unica esclusione di Margaret Thatcher); i club per sportivi, come quello degli Alpini; i club militari e quelli per i viaggiatori, di cui un esempio era il Travelers’ Club: fondato nel 1819 era riservato a uomini che avevano percorso un minimo di 500 miglia fuori dalle Isole inglesi, mentre il Royal Colonial Institute era per uomini che avevano un qualche legame con le colonie e le Indie Britanniche.

Basta fare un po’ d’attenzione per notare che i club compaiono spesso nei romanzi vittoriani, specialmente nei libri di Dickens. Per esempio una delle più grandi speranze di Pip quella di unirsi al club chiamato “i fringuelli del boschetto”. Il libro racconta che questa fu soltanto una delle abitudini mondane che Pip adottò dopo aver ricevuto a sorpresa la rendita che gli cambiò la vita. Anche in David Copperfield il signor Micawber diventa membro di un club dentro una prigione per debitori, addirittura ne diventa il presidente, e propone una petizione da presentare alla Camera dei Comuni per smorzare le leggi contro i debitori. 

Inoltre, come molto spesso accade nella storia, dove c’era ricchezza c’era innovazione: proprio in seguito alla nascita dell’universo dei club, Pall Mall fu una delle strade più all’avanguardia di tutta Londra, nel 1807 fu una delle prime strade in cui venne installata la luce a gas

Si evince quindi facilmente che far parte di un club conferiva uno status ben preciso: un libro del 1859 intitolato “Le abitudini della buona società” ci mostra un l’uomo alla finestra di un club (potete vedere l’immagine nel videoblog in apertura di questo articolo) e rappresenta perfettamente la definizione di un gentiluomo “da club”. Era un uomo che godeva di una visione privilegiata sul mondo, dentro e fuori le pareti del club. 

Ma che cosa succedeva dentro quelle pareti? Questa è certamente la parte più misteriosa e interessante, ma la lascio per la prossima volta. L’appuntamento è tra qualche giorno sempre qui sul blog con la seconda parte dedicata al mondo segreto dei club di Londra!

FONTI


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sei sul blog di Laura Bartoli

Da anni studio, colleziono e traduco Charles Dickens. Sono una digital strategist appassionata di libri antichi e viaggio alla ricerca dei luoghi dove il tempo si è fermato all’età vittoriana. Clicca qui per conoscermi meglio!