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Viaggio nel mondo segreto dei club di Londra – PARTE 2

Benvenuti in questo secondo appuntamento in cui esploriamo l’universo dei club londinesi. Nello scorso video, che se non avete ancora visto vi consiglio di recuperare cliccando qui, vi ho raccontato l’origine dei club, la nascita e l’esplosione di questa moda durante l’età vittoriana e quello che significava per un gentiluomo essere ammesso a un club. Oggi scopriremo insieme che cosa si faceva effettivamente all’interno di questi luoghi super segreti.

Che cosa si faceva in un club?

Di base, all’interno di un club c’era tutto un mondo. Pensate che Jules Verne, nel suo Giro del mondo in 80 giorni, comincia a presentarci il protagonista specificando che era un membro del Club della Riforma. Ci racconta che ogni giorno alle 11.30 si spostava da casa fino al club, e il suo viaggio attorno al mondo si apre difatti con una passeggiata a Pall Mall che, come vi ho già raccontato, era il cuore pulsante dell’universo dei club londinesi. Ma che cosa andava a fare?

Innanzitutto, a godersi gli sfarzi di queste sedi meravigliose, molte delle quali esistono ancora oggi. Il termine club deriva da “cleave”, che potremmo tradurre con “spartizione”, questo perchè i club permettevano a tutti gli uomini di un certo rango di accedere liberamente a una struttura imponente e pomposa che con le proprie risorse non avrebbero potuto permettersi. Con i club riuscivano a condividere i costi con gli altri associati, si creava una sorta di patrimonio collettivo.

Il club diventava praticamente un’alternativa a casa, uno spazio ibrido meno pubblico delle strade ma meno privato di casa. Un libro del 1861 ricordava alle donne l’urgenza di rendere l’ambiente domestico quanto più attrattivo possibile, in quanto esso si trovava in forte competizione con i club per la conquista del tempo e l’attenzione del proprio uomo. In quel periodo fecero la loro comparsa anche numerose lettere sui giornali da parte di donne affrante perché i propri uomini preferivano passare del tempo nei club piuttosto che a casa in loro compagnia. 

Una delle attrattive principali dei club erano le grandi biblioteche disponibili, e i grandi spazi adibiti alla lettura e alla scrittura. Nel mondo della letteratura i club hanno svolto infatti un ruolo fondamentale, basti pensare che nel 1890 Bram Stoker venne a conoscenza della leggenda di Dracula proprio in un club, per la precisione al Beefsteak Club.

Molti trascorrevano ai club quasi la loro intera giornata. C’è una simpatica testimonianza di un certo James Smith che ci racconta la sua routine:

  • alle 15:00 si recava al club e leggeva subito qualche giornale. La lettura era accompagnata, in sottofondo, dal chiacchiericcio dei suoi compagni sui personaggi del momento, Lord John Russell, Robert Peel o il Duca di Wellington, e in genere se ne discuteva senza mezze misure, divinizzandoli o demonizzandoli; 
  • fino alle 18 si parlava di politica, sempre in maniera piuttosto frivola per evitare scontri agguerriti, oppure si commentava l’abbigliamento delle signore che passavano in strada;
  • alle 18:00 le sale ricreative iniziavano a vuotarsi perché tutti si trasferivano in sala da pranzo per la cena; si consultava il menu, si mangiava, si beveva e poi ci si recava in biblioteca a prendere un libro, da leggere fino alle 23:00, tutto d’un fiato, con solo una breve pausa per un tè e biscotti.
  • alle 23:00 si tornava a casa.

Vi sono svariati resoconti notoriamente più avventurosi di quello di Smith: erano moltissimi gli uomini che trascorrevano fino alle 2 del mattino ai club. L’alcool era un elemento fondamentale, ma altrettanto importanti erano i pasti, che rappresentavano un momento chiave per rafforzare il legame tra gli iscritti. La popolarità di un club dipendeva anche dalla qualità della cucina che offriva, un esempio di eccellenza in questo senso era il Club della Riforma, come pure il Travellers’ Club: addirittura Florence Nightingale mandò il suo chef a far pratica per un periodo con quello del Travellers’ Club per apprenderne i segreti culinari. Alcuni club vantavano anche dei piatti speciali, per esempio è noto che a Thackeray piacessero particolarmente i fagioli con bacon del Club della Riforma.

Alcuni club raccoglievano attivamente il parere dei propri soci sui vari pasti, per esempio gli iscritti al Garrick Club erano invitati a lasciare i propri commenti sul retro della ricevuta, sia che fossero soddisfatti, sia che fossero insoddisfatti. Si parla di ricevuta perché i pasti non erano compresi nella quota associativa e venivano pagati a parte, quindi erano l’unico elemento che esulava dal concetto di “condivisione della ricchezza” di cui abbiamo parlato poco fa. I prezzi dei pasti erano comunque piuttosto contenuti, perfettamente in linea con quello che oggi potremmo definire un ristorante di fascia media. Venivano però organizzate anche delle cene speciali per celebrare occasioni specifiche, e con gli anni si formò l’abitudine di realizzare anche dei menù con illustrazioni a tema. 

Per quanto riguarda la disposizione in sala da pranzo, nella maggior parte dei club era importante che tutti i membri mangiassero allo stesso tavolo e gli fosse servito lo stesso menù. 

Normalmente verrebbe da pensare che dopo il pasto i gentiluomini si concedessero un bel sigaro, tuttavia il fumo rappresentava un argomento molto controverso in contesti del genere. C’era il problema della ventilazione che portava a un rischio concreto di incendi, inoltre v’erano membri non fumatori che magari non avrebbero apprezzato, pertanto la maggioranza dei club impiegò anni a sdoganare il fumo all’interno della propria struttura. Uno degli eventi che accelerarono il cambiamento e la predisposizione di stanze dedicate ai fumatori fu la fine della Guerra di Crimea, poiché al ritorno quasi tutti gli ex-militanti fumavano regolarmente. E siccome la regola generale rimaneva quella di “comportarsi da gentiluomini”, v’erano anche limitazioni circa il gioco di azzardo e imposizioni stringenti sulle cifre che era possibile scommettere. 

All’interno dei Club in genere non si poteva parlare di lavoro: si potevano creare relazioni da coltivare professionalmente solo fuori dal Club. Tuttavia, molti si candidavano direttamente con la speranza di ampliare le proprie prospettive professionali, specialmente per quel che concerneva il campo letterario. Per esempio nel 1837 fu proprio l’editore del Bentley’s Miscellany a proporre l’ammissione di Charles Dickens al Garrick Club con la speranza che il giovane potesse ampliare il proprio network e trovare nuove opportunità. 

Si evince quindi che per essere considerati ai fini dell’ammissione, occorreva essere presentati da qualcuno già iscritto che fungesse da garante, e in ogni caso l’ultima parola spettava all’assemblea dei soci che procedeva a una votazione segreta. La votazione avveniva attraverso una scatola di legno in cui i votanti infilavano la mano e lasciavano cadere una pallina a sinistra per il “sì” oppure a destra per il “no”. Oltre a questo iter, ogni club aveva anche dei requisiti particolari in base alle sue specifiche caratteristiche, per esempio Trollope avrebbe voluto unirsi al Club degli Alpini ma si accorse che la sua età e il suo livello di forma fisica non lo rendevano adeguato.

I club inglesi esistevano non solo in Inghilterra, ma anche nelle colonie. La scrittrice Catherine Gore ci racconta che fondare un club era una delle prime cose a cui inglesi pensavano una volta conquistata una colonia. L’obiettivo era esattamente lo stesso di quelli d’Inghilterra, avevano però la funzione aggiuntiva di mantenere un legame con la tradizione Britannica e far sentire a casa anche chi era lontano.

Dopo questa carrellata di caratteristiche comuni pressoché a tutti i club, vorrei farvi un esempio più concreto e raccontarvi brevemente la storia dell’Athenaeum, uno dei club letterari a cui abbiamo accennato nella prima parte di questa serie dedicata ai club di Londra.

The Athenaeum club

Il club nacque da un’iniziativa del chimico e divulgatore scientifico Sir Humphry Davy, e del suo assistente Michael Faraday che ricoprì la carica di segretario del club fino a che gli impegni legati alla carriera nelle scienze glielo consentirono.

Il club si formò ufficialmente il 1° marzo 1824 e potenziali candidati a partecipare erano individui conosciuti per i loro traguardi scientifici e letterari, nobiluomini o gentiluomini sostenitori della scienza, della letteratura, o dell’arte in generale. I Parlamentari non erano i benvenuti a meno che non vantassero altre qualifiche che ne giustificassero l’ammissione. Il costo era inizialmente di 10 ghinee (circa 1.100 £ oggi) per l’ammissione e di 5 ghinee per l’iscrizione annuale. 

Il nome, ispirato alla dea Atena, portò presto alla necessità di una sede dall’atmosfera classica. Proprio questa scelta portò ad accantonare la moda Vittoriana di ammassare decine di dipinti ad olio alle pareti in favore della scultura.

Il club divenne presto noto per la sua biblioteca. Le biblioteche degli altri club crescevano in modo piuttosto disordinato senza una direzione ben precisa, mentre quella dell’Athenaeum fu curata in ogni dettaglio. Dopo il trasferimento nella nuova sede, venne destinato un budget annuale di 500 £ alla costruzione e al mantenimento della biblioteca e il primo bibliotecario fu assunto nel 1830. A due anni dall’apertura, il club vantava già una biblioteca di 10.000 volumi, oggi addirittura 75.000. La narrativa contemporanea non era ammessa, poiché considerata di bassa lega: si preferivano argomenti più seri, come biografie, storia, teoria della politica, scienza e letteratura. 

Oggi in quella biblioteca possiamo immaginarci nomi come Lewis Carroll, Darwin, Thackeray, Trollope, Dickens, Collins, il Duca di Wellington, Winston Churchill e… insomma l’elenco è davvero infinito ma io debbo fermarmi qui per questa volta. Anche perché, basta parlare di uomini! Nel prossimo video parleremo dei club di sole donne e di come queste realtà emergenti nell’era vittoriana abbiano segnato un traguardo importantissimo nell’emancipazione femminile.

Per ora vi saluto, vi invito come sempre a lasciarmi i vostri commenti su Facebook, Instagram o YouTube e a iscrivervi alla mia newsletter tramite il modulo a lato. A risentirci al prossimo video!

FONTI

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Laura Bartoli

Da anni studio, colleziono e traduco Charles Dickens. Sono una digital strategist appassionata di libri antichi e viaggio alla ricerca dei luoghi dove il tempo si è fermato all’età vittoriana. Questo blog è lo spazio virtuale in cui racconto le mie avventure a cavallo tra passato e futuro. Clicca qui per conoscermi meglio!

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