Era il 25 aprile 1867. Calato il sipario a Preston, per Dickens era tempo di dirigersi verso Blackburn dove, come ogni sera, avrebbe portato sul palcoscenico i suoi più grandi successi letterari. V’erano meno di venti chilometri da percorrere, così decise di incamminarsi in compagnia del suo manager Dolby. L’autore era solito percorrere lunghe tratte a piedi, ma quella non fu una passeggiata come le altre.

Erano partiti da poco quando alla loro vista apparve in tutta la sua maestosità la Hoghton Tower. La torre, imponente e fiera, si ergeva su un’altura alla fine di una lunga strada come l’impavido fantasma dello splendore e degli sfarzi che un tempo aveva ospitato. La famiglia Hoghton, che l’aveva abitata nel Seicento, l’aveva abbandonata, affittando un edificio antistante a qualche contadino del posto.

Dickens e Dolby si avventurarono tra le rovine della proprietà. Rapiti, ne assaporarono l’atmosfera di romantica desolazione e all’improvviso Dickens la vide: davanti ai suoi occhi si rivelò la sua prossima storia. I volti, le situazioni, le sensazioni. La spiegazione di George Silverman nacque proprio tra le rovine di Hoghton Towers, quel luogo desolato che in modo tanto umano e sincero riflette l’animo tormentato di chi la racconta.

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Da tempo nella mente di Dickens s’aggirava l’idea di una storia cupa, un racconto di altruismo mal interpretato, la narrazione di una povertà che diventa stato mentale e giorno per giorno erode ogni granello d’amor proprio. “L’idea principale della posizione del narratore rispetto agli altri personaggi,” spiegò successivamente, “era in effetti ciò che avevo in mente per il mio nuovo romanzo da pubblicare a puntate in All The Year Round. Ma è curioso il fatto che non riuscissi a trovare il modo di cominciarla, fichè non capitai a Hoghtown Towers in quella splendida giornata d’aprile con Dolby.”

Dickens amava sottolineare che le idee “sono ordinate nei vari scaffali del mio cervello, marchiate ed etichettate, pronte ad essere tirate fuori all’occorrenza” e, recuperate dai cassetti giusti, presto si trasformarono in un manoscritto completo. Ma da dove arrivò il nome del protagonista? Come accadde per molti altri libri, Dickens si affidò al suo libricino dei Memoranda, un taccuino che portava sempre con sé e in cui annotava spunti, idee e un lungo elenco di nomi più o meno bizzarri in cui si imbatteva di giorno in giorno. Tra questi compariva proprio Silverman, come pure Hawkyard e Gimblet.

Dickens terminò di scrivere La spiegazione di George Silverman il 26 giugno 1867 a casa di Ellen Ternan, la “donna invisibile”, l’amore proibito che gli rivoluzionò la vita. E forse non fu una coincidenza. Ma addentrarsi nei particolari significherebbe privarti del privilegio della scoperta del viaggio emotivo di Silverman. L’ultimo racconto completo di Dickens che ne condensa la genialità, i fantasmi dell’infanzia e i drammi della personalità, fu pubblicato per la prima volta in America in tre puntate nelle pagine della rivista The Atlantic Monthly. Dickens ricevette un compenso stellare pari a circa 100.000 sterline odierne.

Oggi lo trovi finalmente in libreria e su Amazon. Il volumetto include anche un’altra opera geniale di Dickens, Le prescrizioni del Dottor Marigold. Ma questa, è proprio il caso di dire, è un’altra storia…

  • Michael Slater, Dickens, Yale University Press, 2009.
  • The Manuscripts Lab, Memoranda and Mutual Friends: Dickens and his practices of note-taking in the Book of Memoranda, 2017.
  • Stone, Harry. Dickens’s Tragic Universe: “George Silverman’s Explanation”. Studies in Philology 55, no. 1 (1958): 86-97.
  • Stephen Morley, Historican UK inflation rates and calculator.